Web, ko il sito dei surfisti del divano

I surfisti del divano di tutto il mondo sono nel panico, un serio problema tecnico ha messo kappaò da qualche giorno il sito www.couchsurfing.com, la comunità  di navigatori che si scambia ospitalità  a costo zero sul divano di casa.
Server crollati e, pare, back-up approssimativi, e tutto è andato in fumo: i dati di 88.000 iscritti, le loro schede, le mail, i contatti, l’ospitalità  già  concordata. Il fondatore ha scritto una lettera su quel che resta del sito dicendosi non disposto a continuare l’avventura.
Ma c’è gente in viaggio o in procinto di partire che non sa cosa fare: per ragioni di sicurezza tutte le mail passavano da un server centrale, gli indirizzi (quello elettronico e quello di casa) venivano comunicati solo all’ultimo momento. C’erano meeting organizzati che ora sfumano. C’è la base che tenta di riorganizzarsi ma fa fatica perchè non ha gli indirizzi, c’è un giro di mail come una catena di Sant’Antonio – di qua e di là  dell’oceano – per far pressione sugli organizzatori, raccogliere fondi, cercare volontari capaci di programmare con Java e Linus.
è una storia esemplare, questa di www.couchsurfing.com. Nasceva da un’intuizione di Casey Fenton, giovane informatico del New Hampshire, che dava concretezza al desiderio di girare il mondo in sacco a pelo come sulla tavola da surf, evitando pensioni e ostelli e cercando invece l’approdo, magari scomodo ma sicuramente stimolante, nella vita e nella casa di sconosciuti.

Da semplice database di profili di persone era diventato in breve tempo un vero e proprio fenomeno di costume con 88.000 iscritti (più di duemila italiani) in oltre 160 paesi, con un meccanismo (gratuito) ben congegnato, basato sui link tra le persone, sulle referenze, su regole chiare e condivise: un bel luogo d’incontro per gli open-minded di tutto il mondo.

Ora che non c’è più, nessuno sui forum in rete si vergogna a dirlo: a molti CouchSurfing aveva letteralmente cambiato la vita. Viaggiare per il mondo, conoscere gli altri, parlare in una lingua non propria: era il bel sogno del giramondo tecnologico. Ieri i bit aprivano le porte di una casa dall’altra parte del pianeta, bastava una mail per sapere su quale divano dormire, oggi i bit sono l’incubo e la rabbia dei tanti surfer orfani di CouchSurfing. Storia di bit, esemplare anche questa. E se Casey Fenton non ci ripensa, quel sogno è svanito in un back-up. FONTE: Il Corriere, 02 luglio 2006

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