Un nuovo concetto di hotel di lusso.

Un nuovo Luxury hotel uscirà  dalla “penna” del designer Philippe Starck.
La sua Starck International Hotels and Resorts realizzerà  nuovi concept di alberghi di lusso che verranno sviluppati, commercailizzati e gestiti dalla ginevrina F6, grazie a una partnership esclusiva.
Starck International Hotels and Resort, che sarà  una sussidiaria di F6, ha in progetto 35 nuovi hotel nei prossimi cinque anni.
Fonte: TTG, 18 Marzo 2005

Fino a che punto il lusso equivale al non plus ultra del gusto? O, al contrario, il lusso è quasi sempre un equivalente del kitsch?
Credo che sia soprattutto una ragione sociale a far sì che tutto ciò che un tempo permetteva di identificare lusso e buon gusto (per esempio nel ‘ 700: damerini e dame con la crinolina, ma anche “Las meninas” di Velà¡zquez o i trumeaux barocchi) oggi quasi sempre corrisponda a tutto il contrario d’ un’ arte autentica.
Saranno le comunicazioni di massa, sarà  la produzione di serie, sarà  il livellamento che domina l’ attuale “estetizzazione globalizzata”? Fatto sta che la raffinatezza, l’ anticonformismo, l’ originalità , difficilmente si alleano al lusso, che sempre di più si allontana dalla “vera arte” per decadere a equivalente di ricchezza sfacciata, “nouveaurichisme”, sguaiatezza di magnati analfabeti.
Eppure il lusso d’ un tempo – quello delle grandi corti europee – o anche asiatiche (non saudite!), quello delle stanze vaticane o delle ville medicee, equivaleva senz’ altro all’ apice della “artisticità ” epocale. Era certo un lusso invitare a Genova Velà¡zquez: i palazzi di via Garibaldi ancora lo attestano.
Ma oggi dove si è rintanato il “vero” lusso e non l’ esibizione pacchiana della ricchezza; non la caccia affannosa alle griffe, della moda, dell’ oggetto industriale “firmato”, (vedi lo spremilimone di Philippe Starck o la libreria a spirale di Ron Arad), l’ albergo a cinque stelle, anche se gremito di carovane turistiche giapponesi (e domani cinesi)?
Credo che il “vero lusso” si possa ormai identificare soltanto con l’ eleganza autonoma: non quella della haute couture d’ annata con le ritrovate d’ una moda che nessuno indosserà , ma semmai con quella dèmodè ieri l’ altro risfoderata con garbo.
Non bisogna peraltro identificare tout court il lusso e la moda e neppure il lusso con il dèmodè.
è, infatti, dello stesso parere Patrizia Calefato – autrice d’ un vivace saggio (Lusso, Meltemi), sociolinguista dell’ Università  di Bari – quando afferma: “L’ abito di haute couture di oggi è fatto proprio per non essere mai portato, nè indosso nè a compimento”. E ancora: “Una sensazione prossima alla nausea accompagna questo genere di eccessi: barboncini tosati e imparruccati come una dama del Settecento, con collari di platino e diamanti. Divani tappezzati in zebra e leopardo. Abiti in tessuto maculato…”. è un’ osservazione, del resto, applicabile a infiniti altri settori e altre situazioni: quello che un tempo era stato un lusso oggi è diventato spesso una banale esperienza quotidiana. Forse per una democratizzazione accelerata? Non lo credo; anzi, piuttosto per un miglioramento economico cui non corrisponde un equivalente miglioramento culturale. Ecco, un solo esempio, tra i mille: quando oggi viaggiamo – quasi come in un carro bestiame – sugli aerei di linea (sui quali, di recente mi è stato offerto come tutto rinfresco un semplice bicchier d’ acqua), viene fatto di riandare con la memoria ai primi voli transoceanici del dopoguerra, quando – scortati con reverenza dalle hostess fino al proprio posto cuccetta – si aveva la sensazione di appartenere a una classe (anzi a una “casta”) eletta sfiorando i vertici della lussuosità .
Evidentemente la massificazione, la globalizzazione non possono che uccidere il lusso. Come afferma anche Calefato: “Oggi, la globalizzazione nega ogni distanza possibile e travolge la pacificazione modernista garantita dall’ esotico; il lusso invade così in forma terroristica, ogni spazio mostra la sua differenza spezzando ogni altra possibile differenza. I suoi non luoghi sorgono come sfida diretta ai luoghi delle culture”. Sarà  troppo lusso? diceva una mia nonna quando le portavo un mazzo di fiori per la sua festa. Oggi vorrei sapere cosa “sarà  troppo lusso” di fronte agli infiniti regali riversati sui bambini (e gli adulti), al continuo acquisto di nuovi aggeggi elettronici, a telefonini e computerini mai abbastanza perfezionati (anche se poi non del tutto utilizzati). E soprattutto: non è certo un vero lusso il viaggio alle Seychelles, vestire Armani (parlo dell’ “Emporio”) o ammirare la griffe di Gucci, attraverso il sistema (citato dall’ autrice) della lettera “G”, rasata sul pube delle modelle e “diventata sempre più esplicitamente una unicità  seriale”. Non ritengo, comunque, che sia un segno di lusso il “G” pubico; come certo non lo è il piercing ombelicale o linguale (per non parlare di quello “capezzolare”). Anzi, direi che è proprio il conformismo di queste pratiche a costituire l’ antilusso, anche se molti dei “pierciati” non se ne sono ancora resi conto. Ebbene, proprio qui sta l’ equivoco: non è il lusso che cercano questi adepti alle microtorture, ma l’ adesione all’ etica del clan, che in fondo, è l’ opposto del lusso. Perchè il vero lusso dovrebbe esprimersi nella opposizione alla serialità , al conformismo, a tutto ciò che è massificato e iterato. Ma questa sacrosanta opposizione, purtroppo, risulta quasi inesistente e forse non può più appartenere alla nostra società  “democratica”.
FONTE: Gillo Dorfles, Corriere della Sera 3003

Tutto al top: limousine e palazzi di cristallo, sete e lane pregiate, yacht miliardari e ville da favola, auto stratosferiche, gioielli e pietre preziose, supertecnologie. Il meglio al massimo prezzo, anzi senza prezzo. Cose rare, uniche, opportunità  e scelte che vanno oltre i confini del comune pensare e desiderare, al di là  del bisogno, tra i territori dell’esorbitante, della magnificenza e dello splendore, della misura smisurata e spesso dell’ostentazione. Terreno scivoloso quello del lusso, così lontano dalla misura corrente delle cose da suscitare contemporaneamente odio e amore, suggestioni e fascino, disprezzo e condanna. Già , perchè occuparsi del lusso oggi, quando la miseria del mondo suggerirebbe attenzione verso ben altro?

Argomento scomodo, solo apparentemente frivolo, il lusso è un “tema di transito”, come suggerisce Patrizia Calafato, di professione sociolinguista, docente alla facoltà  di Scienza della comunicazione all’Università  di Bari, nel suo saggio intitolato appunto Lusso uscito nella collana delle Melusine di Meltemi (pagine 158, euro16).

Un tema che permette attraverso parole e contraddizioni, oggetti, scene, passioni e visioni contemporanee di raccontare l’eccesso come modello estetico, economico e culturale del nostro tempo. “Parole come unicità , spreco, eternità , ozio-viaggio, benessere – spiega Patrizia Calefato – sono il lessico dell’estetica contemporanea che si muove attorno a due contraddizioni: sovrabbondanza e nascondimento. Da un lato l’ostentazione della ricchezza: l’isola artificiale nel mare di Dubai, i grattacieli di Shangai che sembrano realizzare il sogno di toccare il cielo, l’opulenza barocca dell’alta moda, gli alberghi deliranti di Las Vegas che imitano l’Italia, il viaggio nello spazio del miliardario eccentrico; dall’altro il lusso come benessere, quel “prendersi il lusso diâ.”, spazio e tempo per sè, oggetti unici e con quella distinzione speciale nel quale il marchio tende a dissolversi. ll lusso fatto di nascondimento piuttosto che di ostentazione: le scarpe con la griffe non evidente, autenticamente realizzate su misura da abili artigiani, il profumo personalizzato, la villa invisibile agli occhi dei più”.

Lussuoso è il tempo d’attesa per la consegna di un’auto prestigiosa e l’eccentricità  del materiale pregiato, i particolari che esigono manualità  ed estrema cura. Lussuoso il vissuto evocato e incorporato nelle cose, quella giacca che già  Lord Brummel faceva portare al suo valletto perchè non apparisse nuova di pacca, il gioiello creato per Jakie Kennedy o l’abito storico disegnato per Marilyn per la serata degli Oscar. Irripetibili. Quelli e non gli altri, che la serialità  della moda ha replicato per il consumo di massa.

Il lusso non è democratico – continua Patrizia Calefato – la possibilità  che tutti abbiamo di comprare un oggetto di grande marchio o di fruire di servizi a molte stelle ci fa pensare di appartenere al mondo di una èlite esclusiva. Al contrario questi piccoli lussi standard – una Jacuzzi o una crociera in prima classe, una borsa superfirmata – accrescono la frattura con l’autentico lusso, nel senso potente che la parola ha. Cioè dispendio incontenibile, eccesso vistoso, esorbitante. Termine mutuato direttamente dal latino luxuria, profusione di vegetazione, esuberanza, sovrabbondanza di cibo, vizi e ricchezze. Lusso è puntare alto. Extra-extra-large. Non è affittare la limousine per un giro a Manhattan ma potersi togliere lo sfizio di un viaggio nello spazio anche se non si è astronauti. Con un gioco di parole mi sono divertita a forzare per assonanza i significati di parole come lussare, lussazione – che con l’etimologia di lusso non c’entra nulla – ottenendo suggestioni interessanti: l’idea del lusso come qualcosa che si mette di traverso, che spezza la media del vivere“. E che proprio in virtù della sua eccedenza rimanda all’idea di spreco insensato, di perdita inutile, di sacrificio”. E qui la riflessione incrocia quel dispendio massimo di energie che è la guerra, un “lusso antropologico”, consumo esorbitante di vite umane e di risorse economiche. “Lusso è il sacrificio umano, il possesso e il dispendio di altissima tecnologia, sono i palazzi di Saddam, i tesori dei dittatori ma anche la foto di moda che mette in primo piano il tailleur sullo sfondo delle macerie di una casa distrutta dalle bombe, il completino mimetico con il simbolo della pace ricamati in paillette. Il gesto violento dell’ostentazione, dell’oggetto di lusso mostrato nella sua brutalità , come lo schiaffo in faccia a chi non ha di che sopravvivere. è Il lusso che stride, che detestiamo, che condanniamo e deprechiamo, ma che finisce talvolta per rassicurarci rispetto al pericolo, persino alla morte. Un gioco di rimandi, di contraddizioni e di contrasti infiniti che il lusso mette in essere e che spaesa anche lo studioso che pur guardandolo senza moralismi nè pregiudizi ne sente la forza stridente e contemporaneamente il fascino.

FONTE: Avvenire, Rossana Sisti, 2004

 
 

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