Rifugi fra tradizione e innovazione

La montagna per millenni ha rappresentato per l’uomo un luogo inospitale, che alimentava leggende e miti, i quali, insieme alle caratteristiche severe degli ambienti, hanno contribuito a mantenere distanti gli esseri umani. Per questo e altri motivi è sempre esistita una ricorrente diffidenza nei confronti delle fasce sommitali delle montagne.

Poi, verso la fine del XVIII secolo, la connaturata curiosità dell’uomo e il desiderio di sapere spinsero alcuni esploratori-scienziati a scalare il Monte Bianco. Era l’8 agosto 1786, data che convenzionalmente connota la nascita dell’alpinismo. Il fascino delle cime e delle superfici glaciali contagiò, in brevissimo tempo, numerosi appartenenti alle classi agiate, soprattutto inglesi, i quali iniziarono a frequentare le nostre montagne, dando vita alle prime forme di turismo in Trentino.

Per rispondere alle esigenze dei sempre più numerosi scalatori, si costruirono delle piccole capanne, hütte, strutture con caratteri di precarietà, finalizzate a costituire un riparo provvisorio di chi mirava al raggiungimento delle vette.
Queste costruzioni sono le antesignane dei nostri odierni rifugi; ma, se allora rispondevano soprattutto ad esigenze funzionali, di chi scalava le vie classiche e quindi erano un punto di passaggio, oggi sono diventate la meta dei numerosi escursionisti che frequentano le montagne.
L’alpinismo e il nostro modo di frequentare la montagna sono cambiati e in questa fase di trasformazione urge la necessità di ripensare anche il ruolo che i rifugi hanno tradizionalmente ricoperto.
Questo il tema del convegno “I rifugi fra tradizione e innovazione”, voluto dall’Accademia della Montagna di Trento per cercare di capire, insieme ai numerosi gestori di rifugio presenti, dove collocare il rifugio nella montagna del XXI secolo e il ruolo da affidargli. Presenti la direttrice, Iva Berasi, il presidente Egidio Bonapace, Annibale Salsa, l’assessore Tiziano Mellarini e moltissimi addetti ai lavori, interessati a dire la loro.

“È necessario che il rifugio acquisisca una sua identità, che lo collochi all’interno del territorio e lo renda immediatamente riconoscibile, perché un rifugio non può essere una cattedrale nel deserto, ma deve entrare in relazione con il territorio e le persone che lo abitano“: queste le parole di Annibale Salsa. E ancora: “è altresì importante che, soprattutto i rifugi di media montagna, rivedano la propria missione, perché non hanno più lo scopo per il quale sono nati in origine”. Infatti molti impianti a fune, se contribuiscono a portare numerosi escursionisti e turisti direttamente in cima alle montagne, hanno bypassato tutte quelle strutture che in passato servivano come punti di appoggio e di avvicinamento.

Che fare allora di tutto questo patrimonio? È necessario riscattare il loro valore, inventando qualcosa di nuovo, trasformando il rifugio rispetto a quello che era in passato, senza per questo trasformarlo in qualcosa di diverso. Bisogna faticosamente incamminarsi verso questi cambiamenti, senza pregiudiziali, perché la coazione a ripetere non paga più.
Il compito di traghettare queste strutture, ancora ancorate ad un passato romantico, spetta in primis ai gestori e alla loro fantasia. “Perché se in Trentino ci sono 140 rifugi e non ce ne sono 2 che si assomigliano è soltanto merito del gestore“, afferma Egidio Bonapace, gestore per 20 anni del rifugio Graffer. “Dobbiamo motivare le persone a risiedere all’interno dei rifugi, anche per più giorni consecutivi, e per questo devono diventare dei luoghi di vivibilità accettabili“. Perché non fare meno cameroni e più stanze famigliari, sostituire le coperte di lana cotta con dei soffici piumoni, mettere dei lavandini nelle stanze? Al Tosa Pedrotti c’erano già nel 1920, tolti dopo i numerosi restauri.
In poche parole: puntare sul comfort e la qualità. La domanda si è evoluta e oggi la nuova clientela, soprattutto urbana e famigliare, chiede più comodità.

Le buone pratiche non sono certo mancate e alcuni esempi hanno capovolto in pochissimo tempo l’immagine commerciale del rifugio. Come per il rifugio Alimonta, che nel 2004 ha aumentato la cubatura del 40% e ha diminuito i posti letto, tutto per cercare di aumentare il confort. O la “poco ortodossa” Heidi, venuta da Copenaghen per gestire il rifugio Cima Libera, in Alto Adige: “noi siamo giovani e la nostra clientela anche, siamo lontani 6 ore dall’ultimo centro abitato e l’avvicinamento non è per tutti. Cuciniamo cucina etnica, riso basmati e curry, insomma piatti della cucina internazionale. Noi abbiamo avuto dei buonissimi riscontri e non vedo perché in un rifugio ci debbano essere solo canederli e cervo”. Come darle torto! Una prova che l’innovazione possa anche uscire dalle porte della cucina.
Confrontarsi con tutti questi problemi non è facile, soprattutto garantire un buon livello di qualità a 2000m, dove i rifornimenti sono difficili e la massificazione del turismo d’alta quota incide negativamente sul livello dei servizi offerti.

Sì all’innovazione, facendo però attenzione a non superare certi limiti, evitando il fenomeno della riminizzazione.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
Recent Posts