Pettegolezzi e forma di cortesia.

Viviamo, si dice, in un’epoca di grande arroganza e volgarità .
Dal mondo dei mass media a quello dell’economia, dalla pubblicità  alla politica, dallo sport a quasi ogni contesto della vita quotidiana (la scuola, il lavoro, il supermercato) è tutto un fiorire di insulti e maldicenze, di rancori e di odi, di gestacci e versacci.
Gli esempi, sempre attuali nella loro varietà , non mancano. Basta accendere la televisione o leggere i giornali, ma anche passeggiare per le strade, entrare in metropolitana, avventurarsi su Internet. E il ciclico apparire di manuali invocanti le buone maniere del bel tempo andato ne è l’indiretta dimostrazione.
Eppure la cortesia non è solo buona educazione, galateo formale, polverosa affettazione. è anche, ricorda Giovanna Axia nel suo Elogio della cortesia adesso riedito da Il Mulino (pp. 133, e9,50), anche una forma di intelligenza. Poco coltivata nella società  attuale, ma non per questo meno presente nelle conversazioni di tutti i giorni. Anzi, sostengono da tempo linguisti e filosofi, la paziente cooperazione fra interlocutori, l’accomodamento, persino la carità  stanno a fondamento di qualsiasi processo comunicativo.
La cortesia ha una logica precisa, che anche l’arrogante e il maldicente esercitano senza saperlo. Così, c’è una cortesia, per così dire, di superficie, che riguarda il comportamento più o meno affettato della gente (e che spesso è assente in molti luoghi della vita), e un’altra, invece, profonda, che resta costante anche nei fenomeni di volgarità  e maldicenza, di denigrazione e mancanza di rispetto per gli altri. C’è, se vogliamo, una cortesia della scortesia. Lo spiega bene un altro recente libro, che ricostruisce le principali caratteristiche di quel bistrattato fenomeno che è il pettegolezzo (Rumor e pettegolezzi, a cura di Marino Livolsi e Ugo Volli, F. Angeli, pp. 142, e14). Il volume, che riporta i dati di una ricerca socio-semiotica, commissionata da Telecom all’Istituto di Comunicazione dell’Università  Iulm di Milano, smentisce diversi luoghi comuni sull’argomento. Il pettegolezzo, leggiamo, ha svariate forme (voce, indiscrezione, leggenda metropolitana, rumor, gossip, chiacchiera, small talk…), ma vanta sempre la medesima reputazione negativa. Basta leggere le definizioni che ne danno i dizionari, cariche di connotazioni dispregiative (discorso “malizioso”, “indiscreto”, “ambiguo” “ingannevole”, “inutile”, “assurdo”…) o ricordare la rappresentazione che ne dà  Goldoni nella Bottega del caffè (dove un pettegolo complica la vita a tutti, compreso a se stesso). Questo condiviso dispregio del pettegolezzo (altra faccia moralistica, a ben pensarci, del moralismo di cui esso è indefesso portatore) ha fatto sì, fra l’altro, che il fenomeno venisse portato a esempio topico della mancanza di riflessione filosofica; e soprattutto che fosse pressochè ignorato dagli studi sociali, antropologici e linguistici (fanno eccezione il noto libro di Kapferer, tradotto in Italia da Longanesi col titolo Le voci che corrono, o un recente fascicolo della rivista Versus su Voci e rumori). Eppure, la comunicazione cosiddetta “leggera” è di grande importanza per il mantenimento e la trasformazione della socialità . La caratteristica principale del pettegolezzo, che ne garantisce la malizia profonda e il sicuro successo, è quella di non avere origine.
Le voci corrono senza che un autore ne rivendichi la paternità , e senza che i destinatari non si facciano a loro volta traghettatori del pettegolezzo verso altri interlocutori e diffusori. E così all’infinito, con smentite, precisazioni, approfondimenti, buone e cattive interpretazioni, sino a che la storia perde interesse e si sgonfia da sola – per essere sostituita, manco a dirlo, con nuove, succosissime dicerie. Ma affinchè il pettegolezzo funzioni è necessario altresì che il malcapitato oggetto della diceria sia una persona abbastanza prossima alla comunità  dei pettegoli, che sia uno di loro. Di modo che la sua identità , in linea di principio segreta (“si dice il peccato…”), sia nei fatti sempre facilmente ricostruibile. Del resto, anche quando si spettegola nei media su personaggi pubblici (provenienti per esempio dai mondi dello spettacolo o dello sport), il rumor non fa altro che darcene un ritratto umano, troppo umano, “abbassandoli” sino ai noi comuni, e curiosi, mortali. Poco importano, in questo senso, quali siano i contenuti effettivi della diceria, che si tratti di costumi sessuali o d’altre faccende presunte scandalose. E poco importa, allo stesso modo, che tali contenuti siano più o meno veri, più o meno credibili: l’attestazione del pettegolezzo è la sua morte, e ogni tentativo di verifica ne elimina tutto il sottile piacere (così come ogni smentita da parte dello spettegolato non fa che fomentarlo). Quel che è invece importante è la funzione sociale del pettegolezzo stesso, la sua valenza strategica, da una parte, la sua capacità  di socializzazione, dall’altra. Si spargono voci per screditare l’immagine di qualcuno o di qualcosa (si pensi al mondo della finanza, della politica, della ricerca scientifica) o per spiazzare l’avversario (si pensi alle dicerie in tempo di guerra).
Ma d’altro canto i rumor hanno anche il ruolo, tanto inconsapevole quanto decisivo, di rafforzare il senso di coesione fra le persone. Si spargono voci in confidenza, e quando la confidenza non c’è, o c’è poco, è proprio la diceria a crearla, o a consolidarla. Da qui il ruolo costitutivo della famigerata portinaia. Dalla sua postazione strategica di confine fra l’edificio e la città , gli appartamenti e la strada, può diffondere odi e rancori, sospetti e maldicenze; ma così facendo non fa che iscrivere d’ufficio gli abitanti del palazzo, magari lì per puro caso, nella medesima piccola comunità  dei pettegoli e degli spettegolati – ruoli, si sa, del tutto reversibili.
A essere importante non è, appunto, quel che dice la portinaia, ma gli effetti – più positivi che negativi – prodotti dai suoi discorsi apparentemente inutili. Cosa che si ritrova in modi abbastanza simili nell’universo mediatico. Da una parte i media – giornali, televisione, adesso anche Internet – rilanciano il pettegolezzo spesso sino all’esasperazione, tenendo a denigrare l’immagine di persone e personaggi, a renderla pietosa e caricaturale (si pensi allo stracitato fenomeno televisivo dei cosiddetti reality show). D’altra parte, così facendo, li pongono al centro dei riflettori, ne rinvigoriscono la fama, costi quel che costi (“parlate male di me, ma parlatene”). Per questa ragione, i media hanno sostituito le portinaie, di modo che fra le telecamere a circuito chiuso negli androni dei palazzi e le webcam della casa del Grande Fratello si intravede più che una semplice somiglianza tecnologica. Siamo tutti spettegolati e spettegolanti, spiati e spianti, potenzialmente soggetti alle dicerie del vicino di casa o al voyeurismo di qualche ragazzino avvinto dal computer. Ma forse siamo contenti di esserlo, perchè intravediamo in questo gigantesco cicaleccio qualcosa di più, e di diverso, della semplice cattiveria. è la voglia di stare insieme, di scontrarsi più che di incontrarsi, forse, ma in ogni caso di mantenere vivo il senso umano e sociale, il significato e il valore di uomini e cose. Contro ogni tentativo di farci piombare nel mondo – questo sì, grigio e patetico, per quanto cortese – dell’indifferenza generalizzata.
 
FONTE: La Stampa Web, 21 Novembre 2005

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