Si punta ai numeri, non alla qualità 

“È un problema che esiste da sempre quello di fare contratti capestro pur di riempire gli alberghi. Ma il guaio è che, facendo così, non ci si guadagna e si scatena un vortice al ribasso pericoloso“. Giorgio Daidola, professore di economia del turismo all’Università di Trento, in qualche maniera se l’aspettava che prima o poi scoppiasse il “bubbone” dei posti letto svenduti, di cui L’Adige si sta occupando in questi giorni.

Professor Daidola, perché? Perché si è puntato tutto sui numeri, sul riempire gli alberghi, senza calcolare il valore aggiunto delle presenze.

Perché tutta questa enfasi sui numeri? Perché si è implementato un modello e si vuol dimostrare, anche forzando, che esso funziona.

Chi fa questo? Sia l’ente pubblico che l’Apt. Puntano sui numeri, sempre più gonfi, per dimostrare che la stagione è andata bene. Un esempio: per valutare se l’inverno è andato bene o male, si possono portare dati sulle presenze e sui passaggi in ferrovia o sui bilanci delle società. Ma se ci fossero i dati sulla redditività degli impianti di risalita, verrebbe fuori un putiferio perché essi sono sempre in perdita.

E allora fioccano i contributi della provincia. Ma questo è un sistema debole, che privilegia i grandi numeri, non i guadagni. Assurdo, ma è così. L’unico dato positivo è che grazie ai grandi numeri si riescono a pagare i costi fissi, tra cui gli stipendi del personale.

Succede solo da noi? No, lo fanno tutti. Anche i grandi hotel 5 stelle della Tunisia. Sa cosa faccio io quando vado là? Arrivo lì alle 8 la sera e, siccome hanno camere libere, te le offrono a prezzi stracciati. Lavorano in perdita, ma almeno così coprono una parte dei costi fissi.

È già  qualcosa. Già, i costi fissi sono ormai la parte più rilevante della spesa. Una volta, quando le dimensioni e la complessità delle strutture alberghiere erano minori, si faceva presto a coprire i costi fissi. Ora, quando tutti devono avere centro wellness, discoteca e piscina per essere competitivi, i costi aumentano.

Insomma, bisognerebbe pensare di cambiare modello: meno turisti, ma più facoltosi? Non è la soluzione, perché i ricchi sono pochi e non permetterebbero di far girare la macchina. Qui, invece, si cerca di aprire il turismo a tutte le classi sociali.

Allora, che fare? Non credo che la soluzione sia semplice. Certo questo modello mi sembra sbagliato.

Sbagliato, perché gonfiato con i soldi della provincia? No. Il fatto vero è un altro. Si è creato il turismo del comfort e, in fondo, non si è capito che i turisti, indipendentemente dal ceto e dalle disponibilità finanziarie, cercano altro: qualità di tipo emozionale, vivere esperienze che siano diverse dalla vita di tutti i giorni. Non serve fare paracadutismo, ma semplicemente vivere qualche giorno in un ambiente diverso, veramente di montagna… Ogni volta che salgo in valle di Fassa mi pare di essere in città, ci sono case dall’inizio alla fine della valle.

Forse è per questo che agriturismi e rifugi di montagna risentono meno della crisi? Certamente. Credo che offrire troppi servizi non serva per attirare più clienti.

Forse la colpa è anche degli albergatori, che si accontentano di aprire le porta alle carovane procurate dai tour operator e non investono personalmente nella ricerca dei clienti?

Può darsi, ma non credo sia un aspetto che vale per tutti. Il fatto è che i grandi alberghi sono sempre più anonimi: manca la personalità del proprietario e tutto è affidato a maestranze, magari straniere, che non hanno nulla a che fare con la cultura locale.

Fonte: L’Adige, 24 luglio 2008

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