Ottocento piani verso il cielo…

Quelli dell’ultimo piano forse avranno le bombole di ossigeno in dotazione. Non osiamo immaginare dovesse bloccarsi l’ascensore. In basso, sulla strada, gente in maglietta. Lassù, sul tetto, bambini che pattineranno sul ghiaccio.
Ma sì, continuiamo a chiamarli grattacieli. Anche se saranno alti come il Monte Bianco, anche se assomiglieranno a mostruosi termitai, dieci Twin Towers messe una sull’altra. Quattro chilometri di autostrada issati in verticale. Prego salite, siete sul più alto grattacielo del mondo, diranno i giapponesi quando l’avranno costruito. Ottocento piani, un milione di abitanti. Piacerebbe esserci alla prima riunione di condominio.
 
Il progetto c’è già , il nome è un eccesso: XSEED 4000. Dove i quattromila sono i metri di cemento e cristallo che verranno sparati in orbita, non si sa ancora dove, la forma conica a ricordare nostalgicamente quel nano del Fujiama. Nell’attesa, una trentina d’anni, toccherà  accontentarsi dei 508 metri del Taipei Financial Centre, una carica di 101 piani conficcata nel cuore finanziario di Taiwan, attualmente il grattacielo più alto del mondo.
 
Per immaginare di salirci, non ci vuole poi tanto: basta andare a Lucca. Il modello del Taipei 101 è lì, insieme ai progetti di altri cinquanta giganti di cemento esposti alla Fondazione Ragghianti. Una mostra, questa “Grattacieli, architetture per il XXI secolo” (s’inaugura oggi, fino al 3 aprile), che è una vertigine, foto, schede, libri, filmati. La follia da quattro chilometri è fuori catalogo. L’architetto Cecilia Bolognesi, docente al Politecnico di Milano e curatrice dell’esposizione, spiega perchè: “Una costruzione del genere non è più un grattacielo: è una città  verticale. è utopia, macchinario infernale. Ma del resto, dalla Torre di Babele in poi, salire in alto è sempre stata un’attrazione per l’uomo”.
 
L’11 settembre non ha scalfito quell’ambizione, gli architetti continuano più di prima a progettare le loro avveniristiche costruzioni. “La tragedia delle Torri, paradossalmente, ha ridato forza al grattacielo come simbolo della metropoli. Si è rinnovata la fiducia nella città  e nel suo massimo emblema”, dice Vittorio Fagone, direttore della Fondazione. La ferita delle Twin Towers ha però cambiato radicalmente il modo di costruirli.
 
La priorità , spiegano gli esperti, adesso è la sicurezza: rapido deflusso delle persone, materiali più resistenti, costruzioni che poggino l’un l’altra, forme che non lottino con gli eventi atmosferici, ma li assecondino, l’energia del sole sfruttata per il riscaldamento. Lo stesso siluro a forma di cetriolo che Norman Foster ha costruito a Londra, la Swiss Re Tower, non è nato per tagliare i venti, ma per modellarli.
“A forza di costruire, lo skyline di alcune città  è completamente cambiato negli ultimi dieci anni” dice Bolognesi. Quello di Shanghai è irriconoscibile: oltre 670 grattacieli l’hanno trasformata nella nuova New York, le vecchie case popolari sventrate, le famiglie sfrattate nelle periferie. E altri ancora se ne stanno progettando. Vertiginosi come il World Finance Centre, 492 metri, una grande ruota stile Prater sulla vetta, pronto nel 2007. Non è un caso che oggi sia l’Asia, e non l’America, ad aver più fretta di bucare il cielo: i grattacieli si moltiplicano come simbolo di prestigio, ricchezza e potere economico sopra le baraccopoli dei diseredati. Hong Kong, tanto per rendere l’idea, di edifici ad alta quota ne ha oltre 7 mila, duemila in più di New York.
 
Anche l’Italia, ferma dalla fine degli anni Cinquanta alla Torre Velasca e al Pirellone di Milano, avrà  i suoi nuovi bestioni griffati: tre grattacieli, a firma Isozaki-Libeskind-Hadid, che daranno un’iniezione di futuro alla vecchia Fiera. Le polemiche, ovviamente, non sono mancate. Libeskind, l’architetto della Freedom Tower che con i suoi 532 metri sorgerà  sulle ceneri di Ground Zero, mette la sveglia: “L’Italia hanno un grande passato. Ma se non si pensa al futuro, si perde anche il passato”.
 
FONTE: La Repubblica, 5 febbraio 2005

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