La musica risveglia il tuo locale

Una buona programmazione musicale ha ancora il suo appeal, ma se si inseguono risultati economici e non solo d’immagine, l’ipotesi concerti perde molte delle sue attrattive. Costi alti e un certo torpore del pubblico sembrano essere i principali ostacoli per chi fa, o cerca di fare musica dal vivo in un locale.

Piero Gagliardi si occupa di musica dal vivo da ventotto anni. Da quindici è titolare del Sugar Reef sull’Isola d’Elba e da quattro di un locale con lo stesso nome ad Arezzo. Sono luoghi dove ogni sera si suona dal vivo e a seguire un dj diffonde musica dai dischi. L’ingresso è a pagamento: mediamente 14 euro, mentre per i grandi eventi (Le Vibrazioni, Irene Grandi, Velvet…) si arriva fino a 20. La consumazione (6 euro) è esclusa. Gagliardi ha idee chiare su cosa significhi fare musica nei locali oggi: Molti gestori si dedicano alla musica dal vivo perché pensano di aumentare i propri guadagni, ma in realtà è vero il contrario. Dei tanti che mi chiedono consigli, circa l’ottanta per cento smette dopo due mesi. Le spese sono infatti tante e non esiste una politica che incentivi questi tipi di spettacoli.

Grandi concerti: si va in pari

Non è un bilancio troppo negativo – gli chiediamo – per uno che campa di musica? Ovviamente un guadagno c’è, soprattutto per chi ha una posizione consolidata nel settore, ma se lavorassi solo con i dj guadagnerei di più. Le serate vanno bene, soprattutto all’Isola d’Elba, dove il locale è più piccolo (3-400 persone). Invece con i grandi concerti, in cui il biglietto è un pò più costoso, ma i cachet sono più che decuplicati, nella migliore delle ipotesi si va in pari. La considero una forma di pubblicità: invece di acquistare uno spot o una pagina su un giornale, faccio un concerto: il nome del locale gira e si attira gente nuova

Perchè allora si dovrebbe fare musica dal vivo oggi?

La chiave è la passione. Io ormai faccio questo da tanto tempo e non riuscirei a immaginare un locale senza musica. C’è poi anche un aspetto positivo ed è il tipo di clientela: rispetto ad una normale discoteca, da noi vengono i meno sconvolti e comunque non i giovanissimi, ma solo gente dai 23-24 anni in su.

Immagine sì, guadagni pochi

Se lo Sugar Reef nasce come luogo principalmente musicale (pur essendo anche un ristorante), ci sono locali come lo Scalo Cocktail Bar and Restaurant di Villafranca (VR), che nelle esibizioni live avevano intravisto un’opzione per distinguersi dalla concorrenza e incrementare gli affari. Racconta Ivan Ghirardi, uno dei soci: Il nostro scopo era aumentare l’afflusso nei giorni feriali. Abbiamo attrezzato un palchetto in una zona circoscritta del locale e abbiamo organizzato concerti di vari tipi, sempre con la formula dell’ingresso gratuito con consumazione obbligatoria. L’esperimento non ha dato i frutti sperati: i concerti erano seguiti mediamente da una ventina di affezionati, ma certo non bastavano le birre che consumavano per rientrare nelle spese. Sono così tornato alle serate con dj, che portano molta più gente e per giunta costano di meno. Anche questa esperienza, insomma, inquadra la musica dal vivo non come un fattore di successo economico, ma come un investimento – sostenibile o meno – in termini di immagine o di stile. E a proposito di immagine e stile, è chiaro che una scelta cruciale è quella che riguarda il genere o i generi musicali da mettere in cartellone. È ovvio che in una simile decisione finiscono spesso per pesare molto gusti e passioni dei gestori, ma è altrettanto ovvio che, se si vuole ottenere un certo riscontro, è necessario fare i conti con l’offerta dei locali concorrenti e soprattutto con i gusti del pubblico. È ancora Pietro Gagliardi a fare il punto della situazione: La gente vuole le cover band, cioè i gruppi che propongono grandi successi e non canzoni scritte da loro. Anni ’70 e pop italiano sono i generi più gettonati. Ancora dieci anni fa si poteva osare un po’ di più. Ultimamente abbiamo provato a proporre qualcosa di diverso, col risultato che il locale si è svuotato a metà concerto. Non che fosse musica astrusa, erano semplicemente canzoni che il pubblico non conosceva. Fra le cover band acquistano sempre più popolarità le tribute band, ovvero i concerti specializzati nel repertorio di un solo gruppo famoso, del quale spesso imitano il look e le movenze.

La musica di sottofondo

La gente, a quanto pare, non ha più voglia di conoscere e preferisce riconoscere. Ma il ragionamento forse può andare oltre e può essere il sintomo di un più generale mutamento di gusti, che rende la vita difficile alla musica dal vivo e premia generi di intrattenimento diversi. Così almeno la pensa Ivan Ghirardi: Ho sperimentato serate live un po’ di tutti i tipi: jazz, funky, soul, band al femminile, ma evidentemente non è un problema di genere. Nella mia zona quasi tutti i locali che fanno musica incontrano difficoltà. Piuttosto che un’esibizione a cui dover prestare attenzione, la gente preferisce avere una musica di sottofondo su cui poter parlare.

Qualche eccezione

Eppure non mancano le realtà in controtendenza: il pub all’aperto La ‘Nchianata di Torricella (TA) ospita con successo da sette anni la rassegna musicale Popularia, organizzata dall’omonima associazione. Canzoni originali, band di qualità e non sempre facili, ma grande successo di pubblico. Spiega il gestore Alessandro Erario: di locali che fanno musica ce ne sono molti. Per distinguersi è necessario puntare sulla qualità, il che vuol dire cachet tendenzialmente alti.

L’incognita tempo

Da questo punto di vista, forse la mossa vincente è stata per me affidare completamente la programmazione all’Associazione Musicale: loro pensano esclusivamente alla qualità; io farei anche dei calcoli commerciali, ma alla fine le loro scelte si rivelano vincenti, anche da un punto di vista economico. Per gli incassi comunque non sono tutte rose e fiori: facciamo pagare tre euro per l’ingresso e poi ci affidiamo alle consumazioni. Quando un concerto va bene, ci si guadagna, ma il rischio di andare in perdita c’è, soprattutto in un pub all’aperto, che deve fare i conti anche con l’incognita clima. Non trovo giusto che la Siae mi chieda di pagare un fisso, anche se al concerto non viene nessuno. In definitiva ciò che ti spinge a rischiare è la passione e la consapevolezza di fare un investimento in termini di notorietà del locale.

I costi e gli adempimenti sono assai variabili

Compensi per gli artisti Una band di 4-5 elementi può costare dai 300 ai 1.500 euro, ma non mancano i casi di band che suonano gratuitamente, pur di farsi conoscere. Nel caso di artisti che vengono da fuori, bisogna considerare anche il vitto e l’alloggio. Chi vuole fare le cose in economia, spesso si rivolge a solisti.

Impianto di amplificazione In genere deve essere fornito dal locale. È diverso dall’impianto audio di una discoteca. I prezzi variano molto a seconda della capienza della sala da amplificare e del tipo di eventi che si ospitano: indicativamente vanno dai 5.000 ai 50.000 euro.

Siae I diritti da pagare alla Siae, Società Italiana Autori ed Editori, si articolano in varie voci:

  • Diritti fissi su esecuzione di musica. Variano a seconda dell’evento. Per una normale serata di musica dal vivo, ammontano a 55 euro.
  • Altri diritti. Se è previsto un biglietto di ingresso, si paga il 10% del suo costo netto. Si paga inoltre il 5% sul lordo degli incassi di bar e ristoranti durante l’esecuzione. La Siae si paga mensilmente. Per quanto riguarda le esibizioni di musicisti e dj, il gestore è tenuto a compilare il borderò, cioè un documento in cui sono elencati i brani da eseguire. Esistono dei costi fissi, anche per la semplice diffusione di musica di sottofondo e anche per le feste private. Da regione a regione si possono riscontrare consuetudini leggermente diverse, nei rapporti tra gestori e Siae, ma in generale si riesce a tenere traccia in modo puntuale, anche attraverso frequenti ispezioni, delle esecuzioni e dei compensi dovuti.
  • Enpals ovvero Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo. È l’INPS degli artisti, ed ammonta al 33% del compenso. L’onore contributivo grava sia sul lavoratore – mediante una trattenuta sulla retribuzione – sai sul datore di lavoro. L’obbligo del pagamento è invece completamente a carico del datore di lavoro. Nella pratica non sempre l’obbligo viene assolto, soprattutto quando i compensi pattuiti sono bassi.

Fonte: Mixer. Magazine & Business del bar. Luglio-Agosto 2008 N. 207

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