Ora internet invade ogni cosa

Le nuove frontiere di internet? Una rete senza frontiere.  Finora l’universo del web, intangibile e potenzialmente illimitato, era comunque confinato, nel mondo reale, nelle macchine: prima i pc e ora laptop e telefoni cellulari. La tendenza è stata di trasferire il mondo all’interno della rete, nella convinzione che ciò che non si trova on line è come se non esistesse. Adesso, invece, il trend si sta invertendo: anziché racchiudere il mondo fisico nella virtualità, si pensa di portare internet nella materia.

Il primo passo è stato compiuto con la diffusione della connettività wireless, con cui ci si è svincolati dai limiti del cavo telefonico, pur mantenendo inalterato il ruolo delle macchine e la figura di “utente finale” dell’essere umano. Il passo successivo nasce dal concetto di “spime”, inventato dal guru del cyberpunk Bruce Sterling. Combinando “space” e “time”, designa gli oggetti che acquisiscono le proprietà delle realtà  digitali: hanno un’identità spaziale (come i tracciati, grazie al GPS) e una temporale (per esempio memorizzano la loro storia, dal momento della produzione). E questo è possibile, perché hanno imparato a interagire con l’ambiente (con RFID o Bluetooth).

È una rivoluzione che ci proietta in una dimensione nuova, quella in cui miliardi di “cose” saranno in grado di raccogliere dati e scambiarli con l’habitat in cui si trovano. “Se nell’epoca dei cellulari siamo dei destinatari – spiega Sterling – in quella degli spime siamo e saremo semplici intermediari“.

Non a caso, un rapporto dell’Unione Internazionale delle Comunicazioni ha coniato la formula suggestiva di “Internet of Things”, l’Internet delle cose, che descrive la sua estensione nel reale della quotidianità. Nella visione più futuristica tutti gli oggetti saranno dotati di un indirizzo IP (Internet Protocol), saranno interconnessi e si scambieranno continuamente informazioni. È uno scenario dalle potenzialità enormi, in parte ancora da esplorare, come sottolinea Elizabeth Churchill, “Principal research scientist” di Yahoo Research, ospite della conferenza “Frontiers of Interaction IV”, organizzata a Torino.
“Nell’online – spiega – internet è stato un luogo dove socializzare. Questa utopia resta valida, ma le tecnologie cambiano. La rete permette di scambiare nozioni, dispositivi e mezzi, trasferendo dati e saperi nel mondo fisico. Le informazioni tendono sempre più a viaggiare su tanti tipi di display e il mondo è diventato un display potenziale“. Ecco perché – secondo la scienziata – “non ha più senso distinguere tra on-line e off-line: sono un tutt’uno“.

La questione tecnologica viaggia di pari passo con quella psicologica ed è su questo confine che si muove il lavoro di Elizabeth Churchill. “I due aspetti non possono essere separati. Le potenzialità  hi-tech dipendono dal nostro io. Quando abbiamo un sogno e vogliamo costruirlo, le competenze necessarie sono comprese nel sogno”. E aggiunge: “C’è una dimensione sociale della tecnologia. Conta sempre di più l’aspetto progettuale, che coinvolge i designer e gli stessi utilizzatori; poi l’ultima parola spetta al sistema socio-politico, ma gli aspetti psicologici aiutano a capire in che direzione muoversi“. E a proposito di questo intreccio l'”Internet of things” parte dalla certezza che i computer come li abbiamo conosciuti finora sono ormai superati.

Dopo i laptop e i palmari, “dobbiamo aspettarci il mondo che ci circonda“, spiega la ricercatrice. “Un esempio? Mi affascinano cose come Chumby: è un dispositivo d’informazione a forma di sveglia, dotato di connessione wi-fi e touchscreen per navigare. In futuro saremo circondati da superfici interattive, per navigare toccando lo schermo. Ed è solo l’inizio. Avremo oggetti comunicanti tra loro: io sposto qualcosa a casa mia e faccio muovere qualcos’altro da qualche altra parte del mondo”.

Fantascienza? No, è solo questione di tempo. Il problema maggiore è che oggi gli indirizzi Internet disponibili sono limitati, “solo” poco più di 4 miliardi, perché creati secondo un codice, l’IPv4, composto di un totale di 32 bit. Da qualche anno esiste un altro standard, l’IPv6, che usa 128 bit e permetterebbe di generare un migliaio di indirizzi per ogni metro quadrato del pianeta. L’ostacolo, però, è legato ai costi. “Ma se c’è il terreno fertile per nuove tecnologie, la soluzione si trova sempre

Fonte: La Stampa, 9 Settembre 2008

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