L’ultima beffa della Maddalena: addio al sogno dell’hotel del G8

La suite di Obama adesso, più che una leggenda, rischia di passare alla storia come il simbolo di una grande opera incompiuta. Alla Maddalena, sull’ex Arsenale, l’unica struttura costruita per il G8 tenuta in vita, potrebbe calare presto il sipario. Colpa dei ritardi del governo e della Regione.

Per la bonifica di questo spicchio di mare antistante l’hotel del G8 – dato in gestione dalla Regione per 40 anni alla Mita Resort del gruppo Marcegaglia, canone da 60 mila euro l’anno più 30 milioni post-bonifica – Guido Bertolaso, l’ex capo della Protezione civile, ha speso 72 milioni di soldi pubblici. I lavori sono stati affidati al cognato Francesco Piermarini, ma la pulizia della discarica marina – in perfetto stile cricca – non è mai stata completata. E così, in porto, le barche non possono navigare. Come un campo da calcio dove è impossibile tirare calci al pallone.

Non pervenuti nemmeno i permessi per l’hotel che doveva ospitare i capi di Stato: primo fra tutti l’abitabilità. Mita le aspettava già questa estate le carte, ma la Regione Sardegna – proprietario di questo sito di 150mila metri quadrati, dove un tempo sorgeva l’Arsenale militare – non ha ancora effettuato nemmeno la perimetrazione dell’area. È questo il quadro di Porto Arsenale, la struttura sorta dalle ceneri dello scandalo del G8 (un affare costato 500milioni di euro, 327 per le opere alla Maddalena, il resto per l’Aquila), che, nei piani del gruppo Marcegaglia, doveva diventare il porto turistico più importante del Mediterraneo.
Ora potrebbe trasformarsi nell’ultima beffa della Maddalena.

Il 31 dicembre i lavoratori, ancora sotto contratto con la Mita Resort – una dozzina tra guardiani e marinai – se ne andranno a casa. Gli altri, essendo stagionali, se ne erano già andati a settembre. L’unica azienda maddalenina che ancora lavora nell’ex Arsenale è la Roland Garden, che cura il verde. Che sia solo la prassi invernale per un porto collegato a una megastruttura turistica? Secondo il capitolato d’appalto, Mita – che ha ottenuto la concessione dell’ex Arsenale a un prezzo certamente vantaggioso – avrebbe dovuto presentare al Comune un piano industriale, a garanzia che il suo business sarebbe stato per l’isola anche un’occasione di rilancio – e di indennizzo. Il piano non si è ancora visto. Secondo quanto filtra da fonti vicine alla società  – che ufficialmente non dichiara nulla – prima di fare nuovi passi (la sola manutenzione della struttura costa 2 milioni di euro l’anno), il gruppo Marcegaglia vuole vederci chiaro. Che significa capire alcune cose: primo, se le acque dell’Arsenale continueranno – nonostante il piano della Protezione civile – a essere infestate da idrocarburi e quindi non navigabili. Secondo, se la Regione manterrà fede – finora non lo ha fatto – agli impegni presi.

In pratica: non essendo nelle condizioni di poter sviluppare il proprio progetto, Mita potrebbe valutare l’ipotesi di rivedere il suo impegno nell’affare di Porto Arsenale. I magazzini sono pieni di materiale ancora incellofanato: banchine galleggianti, divise del personale, attrezzature subacquee, gommoni, macchine elettriche. Tutto con il logo “Porto Arsenale”. Se sono inutilizzati non è certo per colpa di Mita. La società della Marcegaglia risulta danneggiata dalla celerità elefantiaca della Regione e dagli effetti imprevisti del retaggio della scriteriata azione della Protezione civile (Bertolaso&Co) sull’isola. “Siamo di fronte a un paradosso – tuona il sindaco PD Angelo Còmiti – c’è una società che deve fare i suoi investimenti – che servono come il pane a questa città – ma non viene messa nelle condizioni per farlo. Governo e Regione ci hanno abbandonato al nostro destino”.

Dietro la nebulosa senza fine che avvolge tutto quello che è passato sotto le grinfie della cricca Balducci-De Santis-Della Giovampaola-Anemome, aleggia un nuovo spettro: e cioè che Mita, di qui a poco, decida di riconsegnare le chiavi dell’ex Arsenale alla Regione. “Cappellacci (governatore sardo, ndr) se ne sta lavando le mani”, tuona il consigliere comunale Mauro Bittu. Nell’arcipelago degli scandali e delle beffe c’è rabbia.

Altro che riconversione: molto di quello che è stato costruito per il G8, langue e appassisce. L’hotel a 5 stelle, sorto nell’ex ospedale militare, dista un centinaio di metri dall’Arsenale: è costato 75 milioni, 742 mila euro a stanza (sono 101). A febbraio 2010 – dopo un’inchiesta di Repubblica – Bertolaso promise che sarebbe stato fatto un nuovo bando di gara per l’assegnazione. Che c’erano contatti avviati con due società. Zero. Il bestione è ancora lì, con le erbacce intorno, una cattedrale sul mare e nessuno la vuole. E ancora: più nulla si sa del Water Front, il porto turistico cittadino, i cui lavori dovevano partire a ottobre. Doveva essere un’opera collegata al G8 anche quella: ma dopo gli scandali sulla corruzione, gli arresti, i costi fuori controllo, è scivolata “a data da destinarsi”, sorride amaro Còmiti. Le spese? Dieci milioni di fondi Fas, altri cinque provenienti dalle casse della Regione: ma è ancora tutto fermo. Roberto La Monica fa il pubblicitario.

Con una mostra fotografica aveva già lanciato l’allarme sull'”isola usa e getta”. Ora ha proposto all’amministrazione una campagna di rilancio, intitolata “Maddalena c’è”. Forse bisognerebbe aggiungerci un punto interrogativo

Fonte: La Repubblica, 22 dicembre 2010

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