L’email? Disinibisce troppo.

Almeno una volta è capitato a tutti di rimanere interdetti di fronte al tono di un’email che suona un po’ troppo aggressiva o spinta. Frasi che non si avrebbe il coraggio di pronunciare faccia a faccia, di fronte a un interlocutore in carne ed ossa. Per gli scienziati è tutta colpa del cyberspazio, che toglie le inibizioni e spinge a comportamenti esagerati, che diventano facilmente offensivi, imbarazzanti o semplicemente maleducati.

È uno dei nuovi problemi della comunicazione nell’era di internet, che, come riporta il New York Times, sta attirando sempre di più l’attenzione degli psicologi.

Una ricerca pubblicata sul CyberPsychology and Behavior nel 2004, spiega il fenomeno con diverse motivazioni: l’anonimato della rete, il fatto di non vedere gli altri direttamente, l’intervallo di tempo che intercorre fra l’invio di un messaggio di posta elettronica e il momento in cui il destinatario lo leggerà. Ma anche l’esagerata consapevolezza di sé, favorita dal passare ore da soli online, o ancora la mancanza di una figura di riferimento autorevole in rete. A volte l’effetto disinibizione può essere positivo, come nel caso di qualcuno eccessivamente timido, che invece su internet riesce a comunicare senza filtri in modo più efficace. Ma il rovescio della medaglia è quella che rischia di diventare maleducazione e rasenta la molestia.

Il problema è frequente fra gli adolescenti, ma non riguarda certo solo loro. Ora ha iniziato ad occuparsene una specifica branca della neuroscienza, quella “sociale”, che studia cosa accade nel cervello di due persone quando comunicano in carne ed ossa e cosa avviene invece in un dialogo virtuale. In quest’ultimo caso vengono a mancare tutti quegli indicatori che, invece, permettono, in un discorso faccia a faccia, di calibrare le risposte e gli interventi successivi in base alle reazioni verbali e fisiche del nostro interlocutore.

La centrale che raccoglie queste sensazioni, nel cervello, risiede nella corteccia orbitofrontale, spiega sul New York Times Daniel Goleman, esperto del campo ed autore di “Social Intelligence: The New Science of Human Relationship”. È proprio in quest’area cerebrale che gli scienziati collocano la sede dell’empatia.

Una serie di ricerche condotte da Jennifer Beer, dell’università della California a Davis, indica che è questo sistema di segnali fisici ed emotivi, colti quando di parla dal vivo con una persona, che permette di evitare azioni offensive per il nostro interlocutore.
Una riprova è fornita proprio dalla scienza: è stato dimostrato che chi subisce danni neurologici alla corteccia orbitofrontale, comincia a collezionare una serie di gaffes sociali e adotta comportamenti impropri, come ad esempio baciare ed abbracciare un perfetto sconosciuto, nel migliore dei casi.

La corteccia sfrutta una serie di indicatori “sociali” – dal tono della voce alle smorfie sul viso – per modulare gli interventi. Segnali che invece sono assenti in un dialogo virtuale e favoriscono la nascita di equivoci, che possono trasformarsi in qualcosa di spiacevole. Una email aggressiva, dettata dalla fretta o dall’impulso del momento, sarebbe con ogni probabilità ricacciata indietro ed evitata, guardando negli occhi la persona cui è indirizzata. E, allo stesso modo, una frase magari anche innocua può essere interpretata in modo sbagliato, per la mancanza degli stessi indicatori fisici.

È un rischio insito nel mezzo virtuale. Chi dal vivo è gentile ed educato, rischia di trasformarsi in un maleducato, quando è protetto dall’anonimato della rete. È quello che sostiene uno studio pubblicato nel 2002 sul Journal of Language and Social Psychology. Nell’esperimento descritto, coppie di studenti universitari che non si conoscevano fra loro, si comportavano in modo cortese ed impeccabile quando si trovavano ad interagire di persona. Ma appena comunicavano tra loro in chat, diventavano aggressivi ed eccessivamente spinti.

Fonte: La Repubblica, 20 febbraio 2007

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
Recent Posts