E’ l’Italia che va male, non l’Europa.

Sempre peggio:  l’ISTAT segnala che nel primo trimestre del 2005 l’economia italiana è andata proprio male (crescita del PIL: -0.5%). Il Presidente del Consiglio dice che è colpa della Pasqua: quest’anno è “caduta presto” e gli italiani hanno approfittato del bel tempo per stare in vacanza anzichè darsi da fare. In effetti, è vero che l’italiano medio lavora poco rispetto ad un americano: circa 1600 ore l’anno anzichè 1800. Ma questo è un dato quasi secolare: i dati degli ultimi dieci anni ci dicono, semmai, che le ore complessivamente lavorate dai lavoratori italiani sono aumentate, non diminuite. I brutti dati del PIL non dipendono dalle ore lavorate, ma dall’azzeramento nella crescita della produttività  del lavoro.
Leggendo i giornali si ricava la sensazione che lo stato di salute dell’economia italiana sia una questione di ottimismo o pessimismo. Non è proprio così. I dati aggregati degli ultimi anni (riassunti nella Tavola 1) forniscono indicazioni precise e non controverse. Se si guarda alla crescita della produttività , l’Italia va molto peggio dell’Europa, mentre va un po’ meglio dell’Europa se si guarda alla crescita delle ore lavorate complessive. Nel complesso, la crescita del Pil dell’Italia dopo il 1995 è stata inferiore non solo alla media europea, ma alla crescita di tutti gli altri paesi europei, tranne la Germania. Nel 2001-04, il divario con l’Europa si è però aggravato.
Come va l’Europa
Due parole sull’Europa, prima. Da tempo, l’Europa cresce meno degli Stati Uniti.
Come indicato nella Tavola 1, il Pil degli Stati Uniti è aumentato del 3 per cento l’anno circa nel 1995-2003, mentre quello dell’Europa solo del 2 per cento circa. Il divario è, soprattutto, dovuto alla minore crescita della produttività  del lavoro europea (1,5 contro 2,2 per cento). Le ore lavorate complessivamente sono invece aumentate in misura abbastanza simile (circa tre quarti di punto percentuale l’anno). In poche parole, se il Pil dell’Europa cresce meno di quello degli Stati Uniti, non è perchè crea pochi posti di lavoro ma perchè innova poco. Come mostrato nelle ultime due colonne della tavola, il divario nella crescita della produttività  tra Europa e Stati Uniti si è ampliato negli anni più recenti. Dalla stessa tavola emerge anche che, in Europa, non tutti i paesi vanno nello stesso modo.

L’Italia e gli altri
In alcuni paesi, la produttività  è andata bene, e in parallelo sono stati creati tanti posti di lavoro. è il caso di Irlanda, Finlandia e, più recentemente, del Regno Unito. Questi paesi hanno sperimentato tassi di crescita della produttività  e delle ore lavorate superiori alle medie continentali (e agli Usa).
Nei paesi più poveri dell’Europa (Grecia, Portogallo, paesi dell’Est), la crescita della produttività  del lavoro è stata molto rapida, ma al prezzo di una riduzione del numero delle ore lavorate.
Con intensità  minore, anche in Francia e in Germania si è osservata una crescita soddisfacente della produttività  (circa il 2 per cento l’anno), ma la crescita delle ore lavorate è stata zero o minore di zero. Ciò indica che, in questi paesi, la modernizzazione del sistema produttivo ha richiesto l’eliminazione dei “vecchi” posti di lavoro che solo parzialmente e gradualmente sono stati rimpiazzati nei nuovi settori in cui cresce la produttività . (1)
In Spagna e Olanda, dove le riforme del mercato del lavoro hanno prodotto i risultati più visibili sui tassi di partecipazione, si è invece verificato il fenomeno opposto: tanti nuovi posti di lavoro e rapido aumento delle ore lavorate, ma, in parallelo, una dinamica molto contenuta della produttività , che è addirittura diminuita in Spagna nel 1995-2003.
E l’Italia? L’Italia è in mezzo al guado. Da un lato, nel 1995-2003 si sono creati più posti di lavoro (+1,0 per cento l’anno) che in Europa, ma molti meno che in Spagna e in Olanda, e un po’ meno anche che in Finlandia e in Irlanda, dove pure la produttività  sta crescendo molto rapidamente. Questo è comunque un risultato importante, perchè in Italia la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto delle donne e delle persone sopra i 55 anni, è ancora molto limitata. Quanto alla crescita della produttività , l’Italia è purtroppo penultima in Europa (dietro la Spagna) nel 1995-2003 e ultima assoluta nel 2004 (vedi ultima colonna). E anche la crescita del Pil (il riassunto sintetico di come va un’economia) è stata più bassa in Italia che in tutti gli altri paesi europei, tranne che in Germania, l’altro grande malato dell’Europa.

Il pessimismo non c’entra
L’economia italiana va male. Alla conclusione non si arriva per pessimismo, ma dall’analisi comparata dei dati disponibili. I dati sulla crescita della produttività  e del Pil degli altri paesi europei indicano che in Europa c’è qualcuno (quasi tutti, veramente) che è messo meglio dell’Italia. Se quindi è certamente urgente fare qualcosa per fare crescere di più la produttività  e la competitività  europea (ad esempio, costringere la Cina a rispettare maggiormente le regole del commercio internazionale), sarebbe anche importante comprendere che da queste misure non dovremmo aspettarci effetti catartici sulle possibilità  di crescita della nostra economia. Purtroppo, ci vorrà  tempo, riforme e sacrifici per riportare l’economia italiana a tassi di crescita “europei”.

(1) Nei paesi europei poveri, i nuovi settori trainanti sono soprattutto nel manifatturiero, in Francia e Germania nei servizi.

Tavola 1: Crescita della produttività  del lavoro nel tempo e tra paesi
Europa, paesi europei e Stati Uniti
Tassi di crescita, punti percentuali
1995-2003 1995-2003 1995-2003 2004 2001-04
[1] [2] [3] [4] [5]
PIL; tutta l’economia PIL per ora lavorata; tutta l’economia Ore lavorate totali; tutta l’economia PIL per occupato; settore privato PIL per occupato; settore privato
— USA 3.1 2.2 0.9 3.7 2.9
— Euro area 2.2 1.5 0.7 1.2 0.6
Germania 1.2 1.6 -0.4 1.0 0.7
Francia 2.1 2.0 0.1 2.8 1.0
Italia 1.5 0.5 1.0 0.3 -0.2
Spagna 3.3 0.7 2.6 0.7 0.7
Austria 2.1 1.6 0.5 1.5 1.1
Belgio 2.1 1.2 0.9 2.4 1.1
Finlandia 3.6 2.3 1.3 3.8 1.9
Grecia 3.6 3.1 0.5 2.5 3.8
Irlanda 7.8 5.0 2.8 3.5 3.4
Lussemburgo 5.2 1.8 3.4 2.1 -0.5
Olanda 2.5 0.5 2.0 2.6 0.4
Portogallo 2.5 2.1 0.4 1.6 0.0
Regno Unito 2.8 2.2 0.6 2.7 1.8
Danimarca 2.1 1.3 0.8 2.9 1.9
Svezia 2.5 2.3 0.2 4.5 2.1
Rep. Ceca 1.9 3.1 -1.2 4.9 2.8
Ungheria 3.7 2.8 0.9 3.0 3.2
Polonia n.d. n.d. n.d. 5.4 4.9
Slovacchia 3.8 5.2 -1.4 4.2 3.3

n.d. = dato non disponibile

FONTE:  Businessonline.it, 18 maggio 2005, Francesco Daveri

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