Addio allo sci per sempre

Nebbia, nuvole basse, il sole che a sprazzi illumina i prati fioriti, la strada stretta in mezzo alle Alpi francesi, che la carovana del Tour ha percorso tre volte, e quel cartello orgoglioso: Vallèe d’Abondance. Voleva dire, quando il mondo non andava a rovescio, abbondanza di tutto, anche e soprattutto di neve. E infatti ecco il paese, una piazza, i negozi intorno, la caserma della Gendarmerie, il palazzo del municipio, con il monumento ai bambini caduti in guerra.

E l’alberghetto coi gerani rossi, che si chiama Hotel de l’Abbaye, come la chiesa gotica che svetta poco più su e il cartello che indica: benvenuti nell’area sciistica dell’Abondance. Solo che adesso quell’area non esiste più. Cancellata da una delibera comunale. Cancellata soprattutto da uno di quegli eventi che gli studiosi hanno annunciato e che qui, per primo, è diventato realtà: il cambiamento climatico. “Non nevica più, chiudiamo la cabinovia”, ha votato il consiglio comunale.

Mezzo chilometro oltre, là dove il paese finisce e cominciava il paradiso degli sportivi, incassato tra il Monte Bianco e il Pic de la Corne, ecco i resti di quello che è stato: la Telecabine de l’Essert abbandonata, le scalette di ferro, ormai invase da sterpi, l’inutile cartina, che racconta le piste e gli impianti che si trovano in alto, dai 930 metri di qui su a 1.505, lo chalet dei biglietti sbarrato, il grande parcheggio per i pullman degli sciatori inutile, perfino i vasi con i tageti sulle spallette del ponte seccati, le seconde case chiuse e abbandonate. “Tous mobilisès pour qù Abondance ne muert pas”, mobilitiamoci perché Abondance non muoia, strilla un cartello. Ma è inutile, ormai. Come le lucine di Natale, che hanno illuminato l’ultimo inverno, che nessuno ha staccato e che non serviranno mai più.

Da Marcel Sport tira un’aria tristissima: “Cosa farò? Chiuderò il negozio. Guardi: questa è la mia merce, e adesso che me ne faccio?”. Giù dalla scaletta di legno, ecco il magazzino di sci, scarponi e scarpette di ogni tipo: da quelli di legno, perché qui da quarant’anni si andava sulla neve e l’economia era cresciuta su questo, a quelli larghi da carving, fino alle tavole da snowboard. Poco più avanti è Michel Peillex ad affittare, vendere e riparare sci; e poco più avanti ancora, a protestare, è Didier Bouvet, medaglia d’oro alle Olimpiadi, uno che da ragazzo si allenava proprio qui, che in vetrina ha appeso uno striscione: “Salviamo la nostra stazione, manifestiamo tutti“.
Tutti, intanto, si ritrovano ogni venerdì alle 8 di sera in un altro paesino della valle, La Chapelle, all’Hotel Le Rucher, in quella che è diventata la sede del comitato “Abondance Demain”. Marco Rissouant, un biondo con gli occhi celesti, farmacista in paese, è uno degli animatori. È scettico: “Macchè clima; è politica. Non sono capaci di gestire gli impianti e allora hanno deciso di chiuderli. Noi abbiamo proposto di tutto, anche di fare una cooperativa, e ci hanno detto di no”. Sul banco degli accusati, il comitato non mette il clima, ma il sindaco del paese, Serge Cettour-Meunier, che, insieme ad altri 8 (e contro altri 6), ha deciso la chiusura della telecabina. “Lo sci – dice – sta diventando di nuovo uno sport solo per ricchi e noi non possiamo più pagare“. Mostra i conti economici: su un bilancio di 2,2 milioni, quest’anno c’è stata una perdita di 640 mila euro per la cabinovia. Troppi, dice Messier Cettour-Menier, per i 1.300 residenti.

L’ultimo, ad esempio, è stato un inverno che in montagna si può definire spietato, con solo 20 giornate di neve. E il futuro, assicura Gerald Giraud, ingegnere del Centro Studi Meteo France di Grenoble, sarà ancora peggiore: “Le zone di altitudine compresa tra i 900 e i 1.500 metri saranno quelle che risentiranno di più del riscaldamento globale“. Dal 1960 ad oggi, dicono le statistiche, il livello delle precipitazioni è diminuito di 64 centimetri e a partire dagli anni ’80 la temperatura sull’arco alpino si è alzata da uno e mezzo a tre gradi. Anche l’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo mette in guardia: le Alpi risentono tre volte di più degli effetti del cambiamento del clima e, con i loro 70 milioni di turisti delle neve, dovranno per forza fare i conti con la nuova realtà e riconvertire le loro economie.

Ecco perché ad Abondance, qui nell’Alta Savoia francese, ma anche nella vicina Svizzera, in Austria, in Germania e in Italia, guardano tutti: è quello, temono, il loro futuro. Come dice Philipp, del Cafè de la Place: “Noi ci battiamo, ma non credo che vinceremo. Abondance è solo il primo paese destinato a morire“. O a rassegnarsi. Tre anziane signore, pedule, cappellino e racchette da passeggiata, leggono i cartelli esposti in vetrina: campionato di taglialegna, marcia di 15 chilometri, torneo di bocce. Sulla strada passano trattori, non fuoristrada. Se sarà ancora turismo, sarà di un genere così. Addio neve, addio ricchezza.

Fonte: La Repubblica, 2 agosto 2007

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