Addio ai turisti cinesi…

Che cosa sono Roma e Venezia per il turista cinese? Un breve intervallo per scattare qualche foto di corsa, stretto fra le Galeries Lafayette di Parigi e il duty-free dell´aeroporto di Francoforte. Dopo un anno e mezzo dalla liberalizzazione dei visti turistici – decisa dall´Unione europea per attirare i cinesi in vacanza all´estero – l´Italia ha già  perso la sfida del nuovo business mondiale. L´anno scorso dalla Cina sono partiti ben 28 milioni di visitatori. Hanno fatto spese all´estero per 25 miliardi di dollari. Solo una minuscola frazione erano diretti verso il nostro paese. L´esplosione del benessere tra il ceto medio cinese è tale che durante le vacanze del Capodanno lunare (fine gennaio) perfino i pacchetti-soggiorno nelle Seychelles segnavano il tutto esaurito, mentre l´Italia ha raccolto le briciole. Le cause di questo fiasco sono molte. Le elenca con amarezza l´unica esperta italiana che si occupa a tempo pieno di turismo a Pechino, Antonella Silvestri del Centro Servizi Italia – Cina: “Si comincia con la piaga dei visti, i consolati tedeschi e francesi rilasciano il quintuplo dei visti concessi dai nostri: l´ultimo anno per il quale i dati sono disponibili, il rapporto era di 400.000 contro 65.000″. La procedura burocratica italiana è dissuasiva perfino per i ricchi businessmen cinesi in viaggio d´affari. “La Lenovo è un gigante mondiale dell´informatica, ha acquistato l´intera divisione computer della Ibm americana, ma se vuole mandare a Milano un suo dirigente deve portare al consolato italiano l´originale della sua licenza d´impresa e una prova di solvibilità  finanziaria, delle richieste che appaiono francamente ridicole e vessatorie”.
 
Il nostro consolato di Shanghai ha fama di essere particolarmente implacabile. La ragione? La vicina regione del Fujian è la base storica dell´emigrazione clandestina verso l´Italia. Ma attorno a Shanghai si concentra anche la massima parte del Pil cinese, e un esercito di nuovi ricchi che farebbero la gioia di Via Montenapoleone e Via Condotti. Dietro la piaga dei visti, è tutto il sistema Italia a brillare per la sua assenza. Anche i cinesi che riescono a visitare il nostro paese sono costretti a dipendere da organizzazioni straniere. I primi tre tour operator che portano visitatori in Italia sono tedeschi e francesi, da soli movimentano il 70% del traffico. Lo stesso vale per le compagnie aeree. L´Alitalia è l´unica a non volare a Pechino. Air France e Lufthansa hanno ciascuna due voli al giorno. Hanno collegamenti regolari compagnie di paesi molto più piccoli del nostro come Klm, Austrian Airlines, Finnair. “Le linee aeree turche hanno più voli di noi con la Cina”, osserva sconsolata la Silvestri. L´assenza dei nostri operatori ci costa cara. Le grandi agenzie viaggi straniere vendono un “giro d´Europa” standard di dieci giorni, con tappe in Germania Francia Belgio e Olanda: la visita italiana è un´appendice minore, spesso si riduce a un blitz su Roma e Venezia in un giorno e mezzo. Tra i commercianti italiani i cinesi hanno fama di spendere poco, la verità  è che a quei ritmi non hanno il tempo di fare acquisti da noi. L´ultimo rapporto della Ernst&Young rivela che in Cina il consumo di beni di lusso cresce del 20% all´anno e in un decennio avrà  superato gli Stati Uniti. Il turista cinese spende poco tra volo e albergo ma porta con sè i risparmi di amici e parenti per riempire le valigie di regali. “Quando partono all´estero – dice David Lung della Ernst&Young – esibiscono un consumismo sfrenato, vogliono fare incetta di quelle griffes e prodotti di lusso occidentali che a Pechino e Shanghai costano più cari”. Per attirare questa clientela gli altri non lesinano sui mezzi, li vengono a cercare in casa: hanno aperto uffici di rappresentanza in Cina i grandi magazzini francesi Galeries Lafayette, l´associazione dei negozianti di diamanti di Anversa, perfino il Moulin Rouge. Ognuno cerca di vendersi al meglio, visto che questo è il mercato trainante del futuro: gli scandinavi, che non hanno nè il Colosseo nè Palazzo Pitti, sono riusciti a sedurre i cinesi con l´esca di saune e massaggi, beauty farm salutiste e business del benessere fisico. L´Organizzazione mondiale del turismo calcola che fra tre anni i viaggiatori cinesi all´estero saranno quasi raddoppiati, a quota 50 milioni, nel 2010 arriveranno a 60 milioni, nel 2015 a 100 milioni e balzeranno in testa alla classifica mondiale. Tutti gli altri paesi dell´Unione europea si sono organizzati di conseguenza, per attirare questo nuovo pubblico e facilitare gli accessi. Ad Amsterdam l´aeroporto ha un servizio di accoglienza con personale che parla cinese. A Fiumicino quando arriva l´unico volo dell´Air China non c´è neppure un cartello in cinese per i passeggeri in transito. All´ultimo salone del China International Travel Market – l´appuntamento più frequentato dai professionisti delle agenzie di viaggio locali – la Spagna si è presentata con un massiccio dispiegamento di forze, il suo ente turistico sfoggiava venti dèpliants in cinese. Gli italiani ne avevano uno solo (era già  un progresso: l´anno prima eravamo a quota zero). Anche nei musei italiani i dèpliants in cinese sono introvabili. La Francia è il numero uno mondiale del turismo e sta già  accaparrandosi una quota dominante dei flussi dalla Cina anche grazie alla dimensione e alla qualità  delle sue strutture alberghiere. Le catene Accor, Ibis, Mercure, hanno capienze sconosciute in Italia, con prezzi bassi e la garanzia di una qualità  standard anche per i motel a due stelle. Gli alberghi francesi si sono attrezzati per offrire regolarmente giornali cinesi, il tè verde in camera, l´antenna parabolica con i programmi della televisione di Pechino Cctv. In Italia ci sono ancora alberghi a 5 stelle – con tariffe astronomiche rispetto a un hotel lussuoso come il Grand Hyatt di Shanghai – che non offrono neppure il collegamento Internet a banda larga nelle camere. Nelle indagini demoscopiche realizzate tra il pubblico benestante che ha i mezzi per viaggiare all´estero emerge che i cinesi si sono formati un´idea semplice dell´Europa: la Francia è il paese della cultura, la Germania è la patria del business, stop. Dell´Italia cosa risulta dai sondaggi? Purtroppo, a fianco ai ricordi di Marco Polo, alla popolarità  di Pavarotti e al fascino di Armani, la middle class di Pechino e Shanghai ci identifica anche con l´insicurezza. Dai film sulla mafia all´aneddotica degli scippi – di cui molti turisti cinesi sono già  stati vittime – abbiamo già  una cattiva reputazione da riparare. L´occasione ideale potrebbe essere proprio il 2006: è stato proclamato l´anno della cultura italiana in Cina. Purtroppo il calendario non ci è favorevole. Veniamo subito dopo il 2005 che è stato l´anno della cultura francese in Cina. Il confronto sarà  inevitabile. Gli stanziamenti del governo di Parigi sono stati quattro volte superiori ai nostri. Le nostre manifestazioni culturali, sporadiche e senza fondi, rischiano di essere invisibili.
 
FONTE: dal web, 20 marzo 2006

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